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Quella Bologna lì...

July 18, 2015

Ho pensato di sparire per un po' mentre aspetto che Laura si faccia viva, il caldo passi,il lavoro cali, le mie frustrazioni si plachino...ma in realtà scrivere è l'unico modo per ora per respirare, per battermi contro l'ansia invece di sciogliere nell'acqua goccine e calmanti...così l'ho buttata giù di getto.

Quella Bologna lì...

Ho sentito tante volte raccontare la storia di quella Bologna lì…
Il primo menestrello fu mio padre che nei lunghi giorni d’estate di 40 anni fa mi raccontava proprio quella città nella quale era stato ragazzo,quel modo di vivere che sapeva di strada , di bande di ragazzini macilenti alla Charlot, di guerra e di dopoguerra.
Da allora quella Bologna lì è entrata nel mio inconscio evocata da tanti altri “raccontatori", perché è un argomento forte, che va giù sino alla pancia passando dal cuore.
I Bovinelli, i fighi da bar, i riparatutto, gli sciupafemmine,i biasanot, quelli delle lunghe notti insonni tormentate dal caldo che popolano le barzellette dei miei 20 anni.
C’ero anch’io in quella Bologna lì, quella delle "vasche" in via Indipendenza quando ancora era piena di traffico “libero”, ad inseguire le scie di profumo che un poeta ha ben raccontato nelle sue canzoni, e noi a fare gli scemi del rock & roll, basso , batteria e due chitarre, con la bocca e le mani sul similpelle della Panda, fra sputaccini e fragorosi peti da stadio…
Quella Bologna lì era popolate di personaggi che la rendevano speciale, omarini strani che erano i precursori dei successivi e post moderni “umarel”, gente dalle smisurate competenze ora idrauliche, ora meccaniche , ora amatorie, ora ittiche.Transitavano tutti più o meno dal Bar Otello che era la versione nostrana del Roxy Bar.
Discutevano,perché in quella Bologna lì la discussione era una cifra stilistica, un modo di pensare.
Quella Bologna lì era già il capolinea di un popolo di ragazzi che iniziavano la loro storia di uomini all’università di una città che deve tutto alla sua Alma madre.
La ricchezza dei bolognesi è partita in molti casi di lì oppure transitata delle stanze date in affitto a quelli di fuori.
Venivano dalla bass’italia,dagli altri stati,persino dei “negri” che venivano qui a studiare figli di una borghesia africana poi travolta e scomparsa.
Allora , per fare capire quanto tempo è passato, dire negro non era politicamente scorretto era un semplice affettuoso dato di fatto, tanto in quella Bologna lì c’era posto per tutti ed i motivi erano tanti.
Primo fra tutti perché allora quella città lì sapeva sognare, era povera in media e puzzava di sudore negli autobus che per molti anni erano gratis per le fasce orarie degli studenti e dei lavoratori (non preda di municipalizzate d'alta finanza capitalistica).
Quella Bologna lì sgobbava ancora per raggiungere il sogno di essere ricca di soldi oltre che di cultura.
Poi i soldi sono arrivati veramente anche perché quella Bologna lì una volta famosa ha cominciato a vendere i suoi gioielli di famiglia , le aziende che l’avevo elevata dalla campagna all’industria in un paese che con le pezze al culo voleva, aveva fame di progresso.
Poi però i padri sono invecchiati e spesso i figli di quella Bologna lì che aveva fatto fortuna si accontentavano di essere diventati ricchi con l’azienda di papà e vendevano.
Vendevano a tedeschi, americani, svedesi, giapponesi.
E rimanevano semplicemente “ricchi”, giovani vitelloni di felliniania memoria a spasso per il mondo come “gli americani che espatriano” di Banana Republic.
Li potevi trovare ovunque ci fosse movida, Formentera,Saint Motiz, ai caraibi…
Intanto quella Bologna lì cambiava pelle ma nessuno se ne accorgeva.
Restava una città ospitale recitando una parte a memoria ma perdeva l’anima, quella vera che odorava di portici, merda di piccioni e canzoni di Dalla, cortili verdissimi chiusi dietro portoni di legno immensi, Feste dell’Unità e stragi.
Beh l’atra sera riascoltando una esilarante ricostruzione di Comastri in piazza Maggiore che rievocava quella Bologna, lì ho capito improvvisamente che anch’io ero stato vittima di una illusione ottica, un autoplagio di massa, una affabulazione collettiva…
Quella Bologna lì non era mai esistita, oppure lo era stata solo nelle nostre menti.
Quella Bologna lì,già allora , mentre andava in scena, era già altro,era una città che sognava un’altra "Bologna lì" di inizio secolo, profumata di "Bella Epoc”, di caffè parigini e bistrot.
La piccolo Parigi era qui e chiamava la madre lontana d’oltralpe, perché c’è sempre stata una "quella Bologna lì” da sognare, perché soffriamo sempre questo fascino del passato quando le cose avevano più cuore e palle.
La verità che mi sono raccontato è che il passato non è mai diventato il presente che viviamo perché se fosse stato così oggi vivremmo in un mondo perfetto che ha imparato dagli errori commessi.
Invece il presente è sempre frutto di scelte fatte oggi e mai dell’esperienza dello ieri.
Quindi lasciamola in pace quella Bologna lì e non diamo colpe ad altri se il nostro presente è triste.
Si fa con ciò che si ha e se così fosse non avremmo sperperato tutto in sogni e bizze da ragazzini viziati.
La storia fa il suo corso perché è fatta di oggi nei quali prendiamo decisioni, spesso sbagliate ma inevitabili.
Perché questa Bologna qui fosse migliore sarebbe bastato scegliere pensando all’oggi guidati da amore e rispetto di pochi principi eterni.
Solidarietà umana,rispetto ed amore verso le cose,la terra e gli esseri viventi.
Senza ricchezza, senza lusso e potere, quei "plus" lì a fare bella questa Bologna qui non servono e non serviranno mai.

 

 

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