© 2019 By Mauro Bastelli.

Ecce homo.

October 22, 2017

 

 

 

Mi chiamo Routh Weisell, ho 34 anni, infermiera ebrea.

 

Devo la mia salvezza sino ad ora al mio lavoro.

Il capo del campo ha dato ordine che io sia risparmiata perchè mi occupi dei reclusi.

In realtà spesso più che da infermiera devo fungere da medico visto che quello del campo si preoccupa quasi esclusivamente dei soldati tedeschi.

Degli internati non vede che raramente solo qualche caso, magari qualche capò, oppure conferma la morte di chi va al filo.

I nazisti non sprecano medicine per i reclusi ed io faccio ciò che posso con ciò che ho, quindi poco o nulla.

Un recluso può finire per vedere un medico tedesco solo in un caso , se possibile, ancora più orribile; quando viene prelevato per essere usato come cavia per i loro esperimenti ed i loro studi.

Testano sui detenuti farmaci o peggio ancora studiano le reazioni dei loro corpi per scopi militari o per folli ricerche segrete sulla genetica.

Per questo sono qui da più tempo di tanti altri; di solito nel campo si sopravvive solo qualche mese.

Sono ancora viva perchè servo ai nazisti e perché le mie forze sono moltiplicate dalla pietà verso questa gente, mia compagna di sventura.

 

 

Dopo un anno da che ero stata rinchiusa cominciai a sentire parlare dell’ampliamento del campo di Auschwitz verso Birkenau; quasi tutte le donne di cui mi prendevo cura furono inviate alla costruzione della ferrovia che avrebbe portato i treni direttamente dentro il nuovo campo costruito poco distante, a Birkenau appunto.

Era la soluzione finale di Hitler per il problema ebreo; internare ed uccidere nelle camere a gas quindi bruciare i nostri corpi ma con un ritmo ed in una quantità mai visti prima.

Quasi tutte quelle donne morirono durante quell’inverno rigidissimo lavorando alla ferrovia.

Da allora mi lasciarono “curare” indifferentemente uomini e donne ed i tanti bambini che morivano in gran numero nei lunghi e rigidi inverni.

I bambini sono il futuro di una razza, di un popolo ecco perchè i nazisti si accanivano su di loro senza pietà.

Auschwitz era un campo del quale potevi vedere i confini da ogni punto ti trovassi, ma quando entrai a Birkenau per la prima volta mi resi conto che quel nuovo campo era così grande da poterne solo intuire i confini.

L’orrore si era moltiplicato.

Anche la crudeltà che vi regnava e le condizioni in cui si viveva parevano avere travalicato il confine fino ad allora raggiunto.

Centinaia di baracche di legno erano state montate in tutta fretta.

Erano un vecchio lascito della cavalleria prussiana; in origine erano stalle ma per noi reclusi, soprattutto ebrei, che ogni giorno venivano scaricati dall’andirivieni incessante delle tradotte ferroviarie, erano considerate più che sufficienti.

Eravamo solo corpi di passaggio, vuoti a perdere da cui spremere quel poco che avevamo e da lasciare morire su di un pagliericcio sordido oppure in una camera a gas.

Anch’io morirò così, perchè ormai non c’è più nessuno da curare o confortare ma solo cadaveri da bruciare…

Accadrà poche settimane prima dell’arrivo dei soldati russi a liberare il campo.

Il destino è anche questo, uno schiaffo spietato e beffardo su di un viso segnato ma ancora giovane.

 

 

 

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