© 2019 By Mauro Bastelli.

Ecce homo.

October 25, 2017

 

 

Il mio nome è Nha Hoang De, cambogiano 45 anni professore di storia e letteratura.

Non sono mai arrivato fisicamente con un carro sui binari di Birkenau.
Non ho mai visto la distesa di baracche di legno fatiscenti e la gente trascinarsi verso le latrine in preda alla febbre ed ai conati di vomito, ma in qualche modo appartengo anch’io ad Auschwitz ed a questa distesa.
Forse più che un sortilegio è la stessa natura umana che mi ha fatto passare attraverso i decenni e mi ha depositato su questi prati fangosi,così simili alle mie risaie.
Sapete perchè? è per colpa degli occhiali…
Cosa c’entrano dei banali oggetti così comuni con la storia ed i suoi strani incroci, vi chiederete voi ?
Chi moriva ad Auschwitz lasciava appunto, come segno del suo passaggio terreno, solo piccole banali cose del quotidiano.
Parlo di valigie, pennelli da barba, ciotole, scarpe ,spazzole ed occhiali appunto.
Il resto, dopo essere passati nelle camere a gas e nei forni crematori, finiva sparso sulle strade gelate per limitare gli effetti del ghiaccio, quindi alla prima raffica, nel vento.
Quando gli addetti, che erano loro stessi deportati, frugavano fra i corpi nelle camere a gas e spogliavano i cadaveri, tutte le loro cose venivano raccolte, nulla andava gettato.
Così quando i soldati russi arrivarono nei campi trovarono montagne di questi banali oggetti appartenuti ai reclusi “trattati” nelle camere con lo Zyklon B.
Le scorte precedenti erano andate in Germania per essere riutilizzate; anche i capelli delle donne, quando arrivavano al campo, venivano tagliati, raccolti in balle e spediti in Germania.
Fra tutti questi oggetti c’erano gli occhiali.
Erano in pochi a portarli, una minoranza, eppure il loro numero sembrava immenso, un groviglio inestricabile di quei piccoli oggetti di metallo che rappresentano un groviglio di vite spezzate.
Io conosco bene questa maledizione degli occhiali.
Cambogia, siamo fra il 1975 ed il 1979.
Un nuovo Hitler fa il suo sporco lavoro “storico”.
Si fa chiamare Pol Pot anche se il suo vero nome è Saloth Sar e come Hitler è un folle tiranno sanguinario che muove i suoi primi passi combattendo a sua volta una tirannia, mosso da un impeto di ribellione, libertà e riscatto, sentimenti ed ideali apparentemente degni.
Ma presto finisce per prevalere in lui la belva sanguinaria e feroce che insegue un’utopia.
Questo signore di buona educazione di stampo coloniale che studia a Parigi, a dire il vero con scarso profitto, passa rapidamente dalla ribellione e dalla sete di giustizia all’elite dei despoti sanguinari.
In tre anni, per creare uno stato utopico di matrice comunista uccide e fa uccidere, nei modi più atroci, circa 2 milioni di suoi compatrioti cambogiani.
E sapete perchè? anche lui per purificare, per creare l’uomo nuovo, il rivoluzionario perfetto dell’alba del nuovo mondo.
Per fare ciò da il potere ai ragazzini perchè sono puri, incontaminati, appena usciti dalle scuole collettive istituite in ogni villaggio, individui senza pietà e senza storia, duri e più spietati di un adulto.
La rivoluzione di Pol Pot non ha bisogno di tutti ma solo di una elite di 1 milione o poco più di veri e puri “uomini nuovi”.
Gli altri non servono alla causa , quindi se ne può fare a meno, anzi, si deve.
Si parte quindi dagli intellettuali da quelli appunto che portano gli occhiali ed hanno studiato.
Loro sono il passato, la reazione, un ostacolo pericoloso per il nuovo ordine, per la nascita dell’uomo nuovo rivoluzionario.
Molti vengono uccisi a colpi di badile, coltello o bastone per risparmiare risorse preziose; la loro vita non vale una pallottola che va invece investita per il nemico, magari il confinante vietnamita.
Altri vengono soffocati o strozzati a mani nude, una busta di plastica a soffocarli legata al collo, altri lasciati morire di fame, stenti e malattie come succede appunto qui ad Auschwitz, o fra i binari di Birkenau.
Ecco perchè, purtroppo, qui ci sono di diritto anch’io.
Perchè a distanza di circa trent’anni l’umanità non ha ancora imparato, quindi anche io porto qui i miei occhiali e li deposito in questo grande cumulo informe, questo monumento all’empietà, assieme a quelli di tanti altri…”inutili”.
Quindi, mi siedo ed aspetto.
Aspetto che qualcosa muti nella biologia di questo strano imprevedibile essere chiamato uomo. 

 

 

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