© 2019 By Mauro Bastelli.

Ecce homo.mI

November 1, 2017

Il mio nome è Chisulo Uruyange, 21 anni ugandese .
 


Prima camminavo lentamente, per non fare rumore.
Il sentiero saliva verso la collina, le prime propaggini dei Monti della Luna; in Africa la miseria rende gli uomini più poetici che altrove nel dare i nomi alle cose...
Mia madre mi aveva scongiurato di stare attento, di evitare, per quando possibile, i sentieri battuti.
Ma io sapevo che dovevo fare presto.
I miei fratelli ormai erano allo stremo delle forze, privi di acqua come eravamo da più di tre giorni .
Per questo sapevo che ogni minuto speso nell’essere più prudente era un minuto in più di sofferenza per la mia famiglia.
La fonte meno battuta quindi più sicura era a 10 chilometri dal nostro rifugio, la capanna di nostro nonno ai piedi di quelle verdi colline. Ora ormai viaggiavo veloce, senza curarmi troppo di stare al riparo ma cercando ancora di fare meno rumore possibile.
Da qualsiasi cespuglio, da dietro qualsiasi albero poteva sbucare un volto, un braccio ed in una mano, un machete.
In Ruanda a giugno del 1994 nulla era più comune, desiderato ed odiato di questa arma.
Letale, devastante, silenziosa ed economica; poteva passare la maggior parte dei controlli internazionali perchè infondo non era un’arma, quanto più un attrezzo.
Da quando le milizie Hutu avevano iniziato a battere paesi e campagne alla ricerca di Tutsi da scovare ed uccidere si erano accese le polveri di un crescendo orribile di uccisioni e cacce all’uomo.
Non servivano pallottole, fucili o mitra. In Africa anche la morte, anche le guerre e l’orrore sono poveri e ci si arrangia, da sempre, per uccidere usando i metodi più economici e spesso brutali.
Quell’odio che stava alimentando la carneficina era un retaggio coloniale, l’ultimo perverso lasciato, una bomba a tempo, ottenuto dai bianchi europei; quelle Utu e Tutsi non erano neppure vere e proprie razze.
Era bastato identificare una fisiognomica, un aspetto e generalizzarlo ad un ambiente tribale per creare odio, dividere e permettere così di continuare a comandare, facendone una questione di razza.
Le “razze” Hutu e Tutsi non erano altro che una banale differenza somatica...
Pelle più chiara e più scura me sempre nera, naso più o meno affilato ma sempre naso pronunciato altezza un poco maggiore o un pò minore ma sempre simile.
In realtà forse ciò che distingueva maggiormente era , come sempre, il denaro, le risorse ed il come procurarseli.
Gli Hutu contadini più poveri, i Tutsi allevatori e commercianti, in numero minore e più ricchi, una sorta di piccola elite.
Ero quasi arrivato alla fonte pensando a quelle storie che mi avevano fatto dimenticare la stanchezza e la paura; con la vicinanza dell’acqua aumentava anche il pericolo. Tutti si erano scatenati contro tutti ed i machete, assieme alle mazze chiodate, avevano cominciato a fare il loro lavoro.
Famiglie intere, donne , vecchi , uomini, bambini. Neppure la medesima religione era bastata a fermare quel turbine di odio.
In un paio di mesi era già stato ucciso quasi un milione di persone.
I fiumi erano rossi, i laghi pieni di sangue e di pezzi di corpi macellati. Non c’era scampo neppure rintanandosi nei luoghi più sperduti, come avevamo tentato di fare noi.
La fonte era lì, ormai vicina ed io cominciavo a sperare di avercela fatta, almeno a raggiungerla, per il ritorno vedremo...
Stavo per aprire il primo contenitore e riempirlo quando sentii uno scricchiolio secco dietro di me.
Era un arbusto secco pestato da un piede. Mi girai lentamente ed il mio cuore si fermò.
Un gruppo di giovani probabilmente della mia stessa età mi fissava.
Ricordo che in un attimo, pensai a tante cose, ai miei fratelli che aspettavano disperatamente quell’acqua, ai miei amici del villaggio, a quale parte del mio corpo sarebbe stata colpita per prima.
Speravo che quello che si faceva avanti ora fosse un bravo carnefice , non uno alle prime armi, che facesse insomma bene il suo lavoro, pensavo quindi alla speranza di morire subito.
Ma mi sorprese un ultimo pensiero improvviso
Il ragazzo ormai vicino a me stava già alzando il machete quando il mio sguardo fu attratto dalla maglia che indossava.
In Africa spesso i ragazzi come lui indossano la maglia di una squadra di calcio europea, senza neppure saperne il nome, la città di appartenenza; forse sono lasciti di qualche spedizione di beneficenza, maglie scadute da una Premier ad una categoria minore.
Lui aveva una maglia rosso sangue, era di una squadra inglese con uno scudetto sul petto…
Pensai che gli schizzi del mio sangue si sarebbero confusi in quel rosso, come la mia storia si sarebbe persa in quella marea orribile di cadaveri che stavano tingendo di rosso le acque dei grandi laghi ugandesi.
In Africa anche i massacri sono poveri fra tutta questa povertà, non ci si preoccupa neppure di far sparire i corpi come fanno qui ad Auschwitz, semplicemente galleggiano, cullati dalle pigre onde di grandi laghi silenziosi. 

 

 

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