© 2019 By Mauro Bastelli.

Ecce homo.

November 6, 2017

 

 

Il mio nome è 186...

Ad Auschwitz all’inizio i prigionieri venivano fotografati e schedati poi quando il numero di arrivi diventò così massiccio da rendere una simile schedatura ingestibile i nazisti iniziarono semplicemente a tatuare numero di registrazione sul corpo dei prigionieri.
Una soluzione per semplificare un adempimento su di un vuoto a perdere umano ed un modo per affermarlo annullando l’identità di un indivuo.

La vita è fatta di numeri ma alcuni di questi spesso hanno un significato più profondo di ciò che possono rappresentare.
186.
Io sono 186, noi siamo 186.
Bambini ed adolescenti sequestrati nel settembre del 2004 nella nostra scuola in Ossetia, nella città di Beslan da un gruppo di persone armate delle quali molti di noi non comprendevano neppure la lingua, nè tantomeno la provenienza, le ragioni che li avevano spinti ad un gesto così crudele.
Come ad Auschwitz, come a Birkenau, come in tutti i campi di sterminio o di concentramento, dove gli esseri umani vengono rinchiusi è impossibile la comprensione, al di là di lingua o di etnia.
In questi luoghi sventurati qualcuno “diverso” viene sempre visto come come “altro".
Per tre giorni fummo tenuti in ostaggio in condizioni orribili, le stesse che vissero i bambini che sono passati qui e qui sono morti, subendo violenze fisiche e mentali inconcepibili.
A noi toccò essere imbottiti di esplosivo come grotteschi fantocci pronti a saltare in aria.
Noi studenti di Beslan e le nostre famiglie eravamo lì insieme per il primo giorno di scuola, come fanno tutti e genitori ed i figli del mondo, stavamo celebrando qualcosa di sacro che quel giorno fu nuovamente profanato : l’intoccabilità dell’adolescenza, quella che dopo Auschwitz i grandi potenti del mondo avevano giurato di non calpestare mai più.
Dopo l’orrore consumato in luoghi come questo, qui ad Auschwitz e Birkenau, i popoli ed i loro capi giurarono di rispettare quella stagione della vita fatta di giovani vite imbevute di un bisogno incoercibile di futuro.
Sul diritto ad essere educati e di potersi emancipare grazie alla cultura,molte società fondarono i loro principi, la loro stessa ragione di essere.
Ma quell’orrore qui a Beslan si è ripetuto, il giuramento è stato infranto, nonostante tutti quei piccoli corpi bruciati nei forni di Auschwitz gridassero ancora nel vento il loro monito, duettando tristemente con l’ululato del vento che scende da nord.
L’orrore di ripetere gli stessi terribili sbagli si è ripetuto, quasi fosse l’unica vera cifra di cui l’umanità sia capace.
A distanza di anni, come qui ad Auschwitz, non è stato neppure semplice contarci.
Quanti eravamo ?
perché ?
quale il motivo per il quale far precipitare le nostre vite in quella interminabile fila di bare che il cimitero del paese non riuscì neppure a contenere, tanto che dovette essere scavata la terra tutto intorno per seppellirci.
Ad Auschwitz era servito il vento per disperdere i corpi tramutati in cenere, a Beslan non era bastata la terra per seppellirci, in Africa a stento bastarono i grandi laghi ugandesi a contenerci...
186, milioni ed ancora milioni, ignorati, cancellati, allora, oggi, forse per sempre.
186.

 

 

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