© 2019 By Mauro Bastelli.

Ecce homo.

November 9, 2017

 

 

Il mio nome è Bruno Livich, 59 anni postino bosniaco.

Sopravvivere ad Auschwitz oppure a Mostar credo fosse ugualmente difficile.
Un’impresa estrema nella quale bastava il nome per gelare il sangue perchè pur essendo luoghi distanti nello spazio e nel tempo l’atmosfera, la follia, il valore infinitesimale della vita erano gli stessi.
Ad Auschwitz si era in balia dei carcerieri, non c’era neppure modo di gestire i propri bisogni corporali nè il minimo gesto di volontà, solo botte, grida e tanto silenzio.
A Mostar invece apparentemente ci era lasciata la libertà di muoverci, ma in pratica era solo un’illusione ed il rombo delle armi e delle esplosioni erano la nostra colonna sonora di vita.
Ciò invece che accomunava i due luoghi era il fatto di contenere persone che spesso perdevano la consapevolezza di sè e camminavano, vivevano, pensavano come se quella loro vita fosse la vita di un altro, un simulacro avulso di sè...
Qui da noi erano le persone stesse che finivano per confinarsi, rintanate negli appartamenti o negli scantinati di palazzi devastati dalle granate e dall’artiglieria pesante.
Eravamo reclusi nelle nostre stesse case che erano diventate le nostre celle.
Andavano di moda quei maledetti cecchini, gente in gamba nello sparare da lontano così da diventare un incubo al quale era impossibile sottrarsi.
Erano invisibili, magari erano nostri vicini di casa fino a qualche anno prima, persone come noi ora.
Uscire per strada era una scommessa con la morte, ogni volta, ad ogni passo, perchè loro controllavano dall’alto seguendo gli spostamenti delle persone che correvano veloci quanto più potevano, rasente i muri, per non essere un facile bersaglio per quegli occhi dietro il mirino.
Ad Auschwitz ed a Mostar si viveva avvolti da una nuvola nera ed orribile che cancellava corpi, volontà ed anime e dentro la quale ci si poteva solo perdere.
Ci affidavamo al caso, anche quando il caso diventava destino.
Ma i fucili di precisione dei cecchini non erano gli unici strumenti di morte di questa guerra mai dichiarata.
Si poteva morire indifferentemente anche per le granate che venivano lanciate dalle colline attorno alla città soprattutto sui mercati, mentre cercavano disperatamente cibo , acqua, mentre cercavamo un medico o le candele per rischiarare il buio della notte negli scantinati.
Qualcuno più pazzo degli altri, uno come me insomma ,nonostante tutto cercava di continuare a fare il proprio lavoro, ma era solo un disperato gesto di ribellione, un cocciuto rifiuto di un presente inaccettabile.
Io, ad esempio, visto che ero un postino, portavo lettere, come facevo prima di questa ondata di odio cieco.
lo facevo ancora, ogni volta che potevo, ogni volta che le granate o i colpi di fucile tacevano.
Cercavo di fregarmene, di non pensare al mio angelo della morte.
Fingevo di non vederlo, appostato nei piani alti di un grattacielo, dietro un cannone sulle colline attorno alla città, oppure nascosto dietro un cespuglio, intendo a piazzare una mina antiuomo con cura maniacale così che fosse pronta a portarmi via le gambe al primo passo falso come accadeva soprattutto a bambini e ragazzi nei rari momenti di tregua.
Per un assurdo scherzo del destino però questa non era solo la guerra dei carnefici invisibili.
L’angelo della morte poteva paradossalmente materializzarsi letteralmente addosso a te sbucando dal nulla di un ovunque e se magari eri donna, ancora peggio… dentro di te.
Le strade, i boschi, le radure, ma anche i cortili erano territorio di sbandati paramilitari che sbucavano silenziosamente come ombre senza divise che li rendessero riconoscibili ma sempre comunque pronte ad aggredirti senza pietà.
Non c’era un fronte, una prima linea; stavamo mischiati in un verminaio inestricabile di morte e paura.
Se eri donna, dopo averti spinto dietro un albero o dentro un androne, potevano usarti a loro piacimento violentandoti, usando il sesso come la più rozza e spregevole delle armi per contaminare il tuo sangue, il tuo corpo, oltre la tua anima e la tua etnia spezzandoti dentro..
Ad Auschwitz le donne ebree, russe e polacche erano usate come pupazzi, oggetto di spregio, animali da soma nei lavori o materiale da esperimenti medici; in Bosnia invece erano insieme vittime e strumento, carne da sfregiare ed usare per indebolire l’etnia avversa.
Nei campi di sterminio non c’era la minima speranza, solo ruoli precisi, carnefici e vittime da interpretare nel silenzio più assoluto; nella ex Jugoslavia invece tutti esercitavano la loro sadica malvagità passando indifferentemente dal ruolo di vittima a quello di carnefice, massacro dopo massacro, strada dopo strada, anche se i più forti erano sempre più o meno gli stessi.
Tutto si consumava in un attimo, quello che occorre per premere un grilletto, far partire una granata o un mortaio o abbassando i calzoni.
Io invece usavo il mio lavoro, in apparenza così banale, per nutrire la speranza, la mia, prima di tutto, ma anche quella di coloro ai quali recapitavo le lettere.
Alla fine, quando i bombardamenti e le sparatorie diventarono così arrembanti da non dare alcun senso alla scrittura mi inventai una bugia pietosa per andare avanti e per ingannare il tempo che non passava mai: scrivevo io lettere che recapitavo in seguito ai miei “clienti”, scala dopo scala, strada dopo strada, scoppio dopo scoppio.
Erano un incitamento candido ma ingenuo a resistere, a non perdere una speranza che, di fatto, ragionevolmente non esisteva più, a mantenere vivo un barlume di umanità e di dignità.
Parole che apparivano ormai così vuote, concetti che avevano perso la ragione di esistere ma che in qualche modo ci ricordavano quel poco di sacro e divino restava in tutti noi, a seconda della nostra religione o del Dio al quale rivolgevamo le nostre suppliche.
Ogni giorno trovavo una nuova porta chiusa che nessuno avrebbe più aperto, come qui a Birkenau potevi trovare ogni giorno un giaciglio vuoto nelle baracche fatiscenti sempre comunque stracolme di spettri.
Qualcuno se ne era andato, passato in una camera a gas poi in un camino, colpito da un cecchino, appeso ad una forca, saltato su di una mina, accoltellato dopo lo stupro.
Sempre così un giorno dopo l’altro sino a che una pallottola arrivò un giorno a fermare anche me, facendomi accasciare come un pupazzo bizzarro ai piedi di un muro annerito e crivellato dai colpi di mortaio.
Avrei voluto portare una lettera che scrivesse fine a tutto quell’odio, Dio quanto l’avevo sognata...
Avrei voluto portarla a Birkenau ed in ogni altro lembo di terra ed in qualunque tempo nel quale qualcuno abbia alzato gli occhi al cielo senza più neppure un briciolo di speranza ma ero solo un semplice postino, non un angelo del bene, non un Dio; ne ho pregati tanti, uno qualsiasi mi sarebbe andato bene, anche non fosse stato il mio ma mi sono fermato ai piedi di quel muro. 

 

 

 

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